Ogni persona ha un’obbligazione naturale e insita di studiarsi a procacciare la sua felicità

Antonio Genovesi, Lezioni di Economia Civile, 2013 Vita e Pensiero – Milano

Raccoglie le lezioni tenute nel primo e secondo semestre da Antonio Genovesi presso la Cattedra di Commercio e Meccanica a Napoli nel 1754, la prima cattedra di Economia in Europa.

Perché l’Economia Civile?

“Il fine dell’economia civile è 1.l’aumentazionr del popolo 2. la di lui nutrizione 3.la sua naturale e civile felicità 4. e con ciò la grandezza, la gioia e la felicità del sovrano”1

“Incominciamo da un principio che è fondamento dell’economia e della politica. In ogni Stato si vogliono conoscere 1. il numero degli abitanti 2.la somma dei bisogni 3.la quantità delle terre e de’ loro prodotti 4.quanto manchi al valore di questi bisogni per agguagliare i bisogni 5.donde cavarlo”2

L’economia civile ha come obiettivo la felicità di un paese. Al fine di ottenere tale risultato il Genovesi analizza ciò che il sovrano deve fare. Ci spiega, pertanto, l’importanza dell’istruzione, dell’attenzione alla salute, come far prosperare l’agricoltura, la manifattura e il commercio. Interessante è il fatto che Genovesi è contemporaneo di Adam Smith che invece riteneva il perseguimento dell’interesse della società fosse il risultato dell’azione inconsapevole dei singoli, volti invece al raggiungimento del proprio guadagno.

“Proteggere, assicurare, aiutare, onorare, allettare e illuminare gli artisti così delle arti primitive, come delle secondarie, è stato sempre il più gran passo, che hanno fatto i savi legislatori per animare l’industria e ‘l commercio. Il diritto di natura non permette, che in un corpo civile vi sieno delle persone, che si reputino come bestie: e l’interesse della società richiede inoltre, che i sostenitori della vita e de’ comodi si rispettino e si’ onorino”3

“Regolare le arti e i mestieri, non è opprimere la grandezza degl’ingegni, ma indirizzargli al bene pubblico”4

“L’arte maestra in materia d’economia civile è fare che gli uomini non perdano il gusto a quei mestieri ch’esercitano. E’ un colpo allo Stato fare, che la gente si stimi più contenta nell’ozio che nella fatica”5

“Non trasportare al di fuori u materiali delle arti, che vi nascono, ma i lavori di quelli e le manifatture”6

“La massima fondamentale di questo commercio dovrebb’essere: lasciate uscire con la massima possibile facilità, speditezza e libertà ogni derrata e ogni manifattura interna che soprabbonda, impedite quanto più si può le foresterie che avviliscono quelle che fra noi nascono, o si fanno”7

Numerosi gli spunti presenti nel testo che fanno riflettere.

Un sovrano deve adoperarsi per raggiungere effettivamente tale stadio di felicità. Si felicità. Centrale nell’opera di Genovesi è il tema della felicità, come un sentimento pubblico e non relegato alla sfera privata.

“Ogni persona ha un’obbligazione naturale e insita di studiarsi a procacciare la sua felicità, ma il corpo politico non è composto, che di sì fatte persone, dunque tutto il corpo politico e ciascun membro è nell’obbligazione di fare quanto è dalla sua parte tutto quello che fa e può, per la comune prosperità, purché si possa fare senza offendere i diritti degli altri corpi civili”8

“E’ una carità mal intesa, e una beneficenza mal allogata, il pascere colle proprie fatiche coloro, cui né la condizione della nascita, né la forza del corpo, né lo stato della mente vieta di travagliare. La legge del reciproco soccorso, legge primitiva nella natura umana, suppone l’altrui bisogno: ma non è bisogno quel ch’è volontario”9

1 Antonio Genovesi, Lezioni di Economia Civile, Vita e Pensiero – Milano, 2013 p. 70

2 Ibidem p.80

3 Ibidem p. 186

4 Ibidem p. 134

5 Ibidem p. 18

6 Ibidem p. 209

7 Ibidem p. 263

8 Ibidem p. 30

9 Ibidem p. 136

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