E’ stato approvato il 16 marzo dal Consiglio dei Ministri il disegno di legge delega al Governo per la riforma fiscale.
Il Governo con questa riforma si propone tra l’altro di stimolare la crescita economica, di prevenire e ridurre l’elusione e l’evasione fiscale, di razionalizzare e semplificare il sistema tributario.
Vediamo con quali strumneti.
Uno degli strumenti che s’intendono utilizzare e “la transizione del sistema verso l’aliquota impositiva unica” dell’IRPEF (art. 5, comma 1 del ddl per la riforma fiscale). Ragioniamo un attimo su questo strumento. Attualmente l’IRPEF, Imposta sul reddito delle Persone Fisiche, è un’imposta progressiva, ossia sono previsti quattro scaglioni di reddito a cui sono collegate altrettante aliquote. Supponiamo di avere un contribuente con un reddito pari a 55 mila euro. Per i primi 15 mila euro si applicherà un’aliquota del 23% (euro 3.450,00), per il reddito oltre i 15 mila e fino a 28 mila, un’aliquota del 25% (euro 3.250,00), da 28 mila a 50 mila del 35% (7.700,00) e oltre i 50 mila del 43% (2.150,00). Il totale IRPEF che il nostro contribuente corrisponderà sarà di euro 16.550,00. Cosa vuol dire che si andrà verso un’aliquota impositiva unica? Che invece di dover applicare quattro aliquote per calcolare l’IRPEF ne applico una. Quale? Questo ancora non lo sappiamo. Se fosse la più bassa, l’IRPEF sarà pari a 12.650,00 euro, se fosse la più alta 23.650,00 euro, se fosse un’aliquota media delle quattro il risultato sarebbe di euro 17.325,00. Nel primo caso il nostro contribuente sarebbe contento, negli altri due meno. Ma torniamo all’obiettivo: questo stimolerà la crescita economica? Il sistema progressivo dell’imposizione fiscale si basa sul principio dell’utilità marginale del reddito, ossia sul concetto che la prima parte del reddito dovendo servire per il sostentamento ha un grande valore e quindi è giusto lasciare una parte cospicua del reddito in mano ai contribuenti; man mano che il reddito aumento l’utilità diminuisce e quindi è giusto lasciare allo Stato una parte maggiore. Non solo. In questo modo le persone con una maggiore disponibilità contribuiranno in maniera maggiore alle spese collettive garantendo una ridistribuzione del reddito e una riduzione della sperequazione. Cosa succede se il percettore dei 55 mila euro pagherà di imposte 12.650 invece di 16.550. Sarà più contento sicuramente ma diminuiranno le entrate per i servizi comuni, istruzione e ricerca, sanità, infrastrutture. La riduzione per lo Stato della quota da destinare all’istruzione ad esempio significa meno insegnanti e quindi più disoccupati. Quindi un obiettivo che si propone di stimolare la crescita, stimolerà la decrescita.
Il vero capolavoro è però nell’articolo sull’IVA: tante parole per non dire nulla, “ridefinire i presupposti dell’imposta al fine di renderli più aderenti alla normativa europea”, “razionalizzare il numero e la misura delle aliquote IVA” e soprattutto senza che da ciò si possa anche soltanto intuire come tali armonizzazioni e razionalizzazioni possano stimolare la crescita economica o determinare una semplificazione. Diciamoci la verità una riforma dell’IVA è più che auspicabile, visto che in fin dei conti l’IVA è un’imposta sui consumi. Lo Stato dovrebbe decidere se le imposte vuole farle pagare quando il reddito è percepito o quando il reddito lo si spende. Ma questa riforma si guarda bene dal fare questa distinzione. Lo stesso vale per l’IRES. Si fa riferimento ad una riduzione in caso di investimenti qualificati. Ma non è quello che già accade con i crediti di imposta?
Il vero timore che inquieta l’analista economico è che, al di là dei proclami, tutto il sistema agevolerà i più ricchi e creerà sempre più disagi a tutti gli altri, rischiando di compromettere i segnali di una crescita economica che in maniera evidente si sta già manifestando.
Sono stata sufficientemente convincente? Ferma, amico premuroso che hai già afferrato il cellulare e stai chiamando preoccupato mio marito per invitarlo a contattare immediatamente un medico. Tranquillo. Non potrei mai essere così banale!
La mia è soltanto una dimostrazione di come funzionano le tesi reazionarie illustrate dall’economiste Albert Hirschman nel suo Retoriche dell’intransigenza. Lo avreste dovuto capire già dal titolo dell’articolo.
Albert Hirschman in questo libro che amo molto illustra le tesi di coloro che si oppongono a qualunque forma di cambiamento senza analizzare e senza consentire un vero dialogo tra i due schieramenti (chi propone una riforma e chi si oppone) e quindi un reale miglioramento della riforma. Costa fatica andare nel dettaglio, analizzare, comprendere e soprattutto definire ciò che potrebbe essere giusto e ciò che dovrebbe essere riconsiderato. Soprattutto ciò richiederebbe un’onestà intellettuale, molto distante orami dal dibattito politico. In maniera semplicistica si preferisce innanzitutto premettere che la riforma è buona e auspicabile ma poi opporsi adducendo tre tipologie di teorie: perversità, futilità e messa a repentaglio. Nel primo caso (esempio dell’IRPEF) invece di andare in una direzione si va nel suo opposto (crescita vs decrescita), nel secondo caso la riforma non serve a nulla (esempio dell’IVA o dell’IRES) e nel terzo caso rischia di compromettere i risultati già raggiunti. La riforma fiscale è stata utilizzata in questo articolo solo come esempio. E’ troppo presto per formulare qualsiasi giudizio e valutazione sulla riforma fiscale. Vedremo nel dettaglio quando avremo i decreti legislativi.
“Una democrazia acquista legittimità nella misura in cui le sue decisioni sono frutto di un processo deliberativo aperto, pienamente dispiegato, che coinvolga i suoi principali gruppi, corpi costituiti e rappresentanti. Il processo deliberativo è inteso qui come un processo di formazione delle opinioni: i partecipanti non debbono cioè avere opinione pienamente o definitivamente formate in partenza. Da loro ci si aspetta che s’impegnino in una discussione reale” (Albert O. Hirschman, Retoriche dell’intransigenza, 1991 Società editrice Il Mulino, Bologna, p. 171).
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