Riprendiamo il filo: l’unione fa la forza

Quasi trent’anni fa ho discusso la mia tesi di laurea. Si trattava di una tesi sperimentale basata sull’analisi di aziende del settore dell’abbigliamento nell’area a nord est di Napoli. Nel titolo della mia tesi c’era una frase per me importante: abbandoniamo i luoghi comuni. Questo è un leit motiv che mi porto dietro. Penso che i pregiudizi derivanti dai luoghi comuni offuschino ogni valutazione. Impediscano di leggere la realtà. A mio parere accanto alle imprese “di punta” che raccoglievano appieno l’eredità della tradizione napoletana esistevano (ed esistono presumo) molte piccole e piccolissime imprese che da quella tradizione traevano uguale nutrimento. Parte di queste imprese erano seminascoste. Si nascondevano dalla criminalità, dalle ripercussioni che la visibilità avrebbe avuto. Tale fervore conseguentemente non era evidente alle statistiche e determinava una sottovalutazione di uno spirito imprenditoriale e di una vivacità creativa. Il tema del lavoro nero prese il sopravvento negli articoli che furono pubblicati durante le ricerche che accompagnarono la stesura della tesi di laurea e rubarono la scena ad un concetto per me fondamentale. A mio parere i vantaggi ottenuti dalle imprese per la mancata “regolarizzazione” erano inferiori agli svantaggi derivanti dalla mancata possibilità di ottenere contributi o agevolazioni e di trarre appieno beneficio delle proprie potenzialità. Questa tesi di un sud vivace e creativo si scontrava con l’immagine di un sud assistenzialista e piagnucolone che invece aveva fatto e fa ancora la fortuna di molti economisti. Perché oggi ho ricordato questa storia? Per un segnale che ho scorto in questi giorni e che mi è piaciuto molto.

La partecipazione al Pitti Uomo dell’associazione “Le mani di Napoli” che riunisce maestri artigiani della moda partenopea. La notizia sottolineava la presenza di un dibattito con la partecipazione del Sindaco di Napoli e del Sindaco di Firenze e del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Napoli. Perché mi è piaciuto? Perché l’unico modo che le “mie” imprese semi invisibili potranno uscire dall’anonimato e ottenere lo sviluppo e la crescita che meritano è associandosi. Quindi spero che le imprese più forti della tradizione sartoriale napoletane siano soltanto il primo nucleo del gruppo e che man mano consentano l’accesso anche alle imprese più fragili. E ben vengano l’appoggio delle istituzioni e dell’Università. Faranno da scudo. Almeno me lo auguro.

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