Il reddito di cittadinanza è stato il centro del dibattito politico per lungo tempo, sostituito ad un certo punto dal salario minimo. Due concetti molto diversi, il primo erogato dallo Stato per compensare situazioni di disagio economico, il secondo corrisposto dai datori di lavoro a fronte di una prestazione.
Perché però sembrano accomunati da una stessa logica da parte di chi li sostiene? A mio parere perché in seguito all’introduzione del reddito di cittadinanza, è scoppiato il problema manifestato da alcuni imprenditori della difficoltà di reperire personale: i percettori di reddito di cittadinanza si rifiutavano di accettare lavori che prevedevano una retribuzione al di sotto di tale reddito. Da ciò è emersa la questione dei lavori sottopagati: alcuni imprenditori, sfruttando lo stato di indigenza di parte della popolazione, accedono a prestazioni superiori all’effettivo corrispettivo.
Da tutto ciò la proposta del salario minimo.
Come già evidenziato sono concetti diversissimi se non altro per il soggetto erogatore e per la veste che assumono nella politica economica.
Il Reddito di cittadinanza è erogato dello Stato per compensare una situazione di squilibrio di reddito, ossia lo Stato rileva che ci sono soggetti che guadagno troppo e soggetti che sono in uno stato di eccessiva difficoltà e prevede misure di spostamento dei redditi per ridurre tale squilibrio. Oltre a ciò quando ci sono erogazioni da parte dello Stato siamo di fronte ad una scelta di politica economica di aumento della domanda e conseguentemente della produzione. Il Reddito di cittadinanza è dato per essere speso e ciò dovrebbe determinare un aumento dei consumi e quindi della produzione. Il Reddito di cittadinanza è stato concomitante con altre scelte che andavano nella stessa direzione (bonus, crediti di imposta, azzeramento dei tassi di interesse da parte della BCE etc.) e quindi è difficile valutarne gli effetti sterilizzando le altre misure. E’ facile con i modelli molto difficile nella realtà.
Cosa diversa è il salario minimo. Il 4 luglio è stata presentata una nuova proposta congiunta, Proposta di legge del 4 luglio 2023, n. 1275, presentata alla Camera dei deputati (Primo firmatario Conte, seguito da Fratoianni, Ricchetti, Schlein, Bonelli etc). Nella proposta c’è un deciso richiamo alla contrattazione collettiva che resta applicata nella sua totalità ma prevede che esclusivamente per la parte relativa al “trattamento minimo orario” sia fissata la soglia minima di 9 euro l’ora.
E’ possibile prevedere mediante una legge un salario minimo? Certamente. Come si legge nella documentazione parlamentare pubblicata sul sito della Camera, 21 paesi dell’UE applicano il salario minimo, mentre in Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia, oltre all’Italia lasciano esclusivamente alla contrattazione collettiva la determinazione del salario minimo. Ed il salario minimo è proprio il tema della Direttiva UE 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 ottobre 2022 che prevede tra l’altro l’introduzione di un salario minimo entro il 2024 nei paesi dell’UE che non hanno una già una norma che lo prevede e che non hanno una copertura della contrattazione collettiva di almeno l’80%. L’Italia ha una copertura superiore e quindi non rientra in tale obbligo.
Ed allora perché ci stiamo ponendo il problema? “Nonostante nel nostro Paese si registri una copertura quasi totale della contrattazione collettiva, purtroppo un consistente numero di lavoratori percepisce salari non dignitosi.” Nella proposta di legge si evidenzia che ciò è determinato dalla frammentazione dei settori, dalla presenza di contratti atipici e da contratti collettivi pirata, ossia di contratti collettivi definiti da soggetti poco rappresentativi (che prevedono condizioni peggiorative rispetto ai contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi).
La presenza dei contratti collettivi pirata e contratti atipici sembra che sia il vero centro del problema, spostando l’attenzione alla necessità di meglio disciplinare la contrattazione collettiva e conseguentemente i contratti applicati. Ciò fa aprire due interrogativi: la dimensione del problema e come risolverlo.
Relativamente alla prima questione: dimensione del problema dei contratti collettivi pirata.
La proposta di legge misura gli effetti e afferma che “L’insufficienza dei salari percepiti dai lavoratori risulta inequivocabilmente confermata anche dalle stime relative al numero di soggetti che, pur essendo titolari di un rapporto di lavoro, hanno percepito il reddito di cittadinanza, in quanto la retribuzione derivante dal lavoro non permetteva il superamento della soglia di povertà. Più precisamente, secondo i dati dall’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (ANPAL) pubblicati nella nota n. 9 del mese di ottobre 2022, erano 172.868 i beneficiari della misura che, alla data del 30 giugno 2022, risultavano titolari di un rapporto di lavoro attivo”. Non potremmo, invece, verificare il numero dei rapporti di lavoro con contrattazione collettiva cosiddetta pirata? Sembra che ciò non sia del tutto possibile. Fino ad oggi sembra che i dati siano basati su dichiarazioni del datore di lavoro. Sulla questione è intervenuto il CNEL con una proposta di legge presentata alla Camera in data 12 dicembre 2022. Il Decreto Legislativo del 27 giugno 2022 n. 104 ha introdotto, in attuazione della direttiva (UE) 2019/1152 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 giugno 2019, nuovi obblighi di informazione ma sembra non abbia tenuto conto della disciplina del codice alfanumerico unico identificativo del contratto collettivo. Se tale codice venisse inserito nel contratto individuale di lavoro sottoscritto dal datore di lavoro e dal dipendente sarebbe possibile conoscere in maniera trasparente il contratto collettivo applicato. Ciò consentirebbe di rispondere meglio alle richieste della citata direttiva UE sugli obblighi periodici di informazione.
Relativamente alla seconda questione: come risolverlo.
La contrattazione collettiva nasce proprio dall’obiettivo di definire condizioni di lavoro dignitoso per tutti i lavoratori tenendo conto delle specificità di ciascun settore e di ciascuna tipologia di lavoro. Quindi per migliorarla evitando le distorsioni, apprendiamo (sempre dal sito della Camera) che nella XVIII Legislatura la XI Commissione ha avviato l’esame di tre proposte di legge in materia di riordino delle rappresentanze sindacali e della contrattazione collettiva, la n. 707 presentata il 7 giugno 2018 (su iniziativa della deputata Renata Polverini, Forza Italia), la n. 788 presentata il 26 giugno 2018 (su iniziativa delle deputate PD, Chiara Gribaudo, Carla Cantone, Debora Serracchiani) e la n. 2198 del 21 ottobre 2019 (su iniziativa di diversi deputati del Movimento 5 Stelle).
Infine l’ultimo interrogativo che sorge è in merito alla modalità di determinazione della soglia di 9 euro l’ora. Da dove nasce? Nella proposta non si fa alcun accenno alla modalità di calcolo. La situazione si complica con la previsione di istituire una commissione con il compito di proporre l’aggiornamento di tale valore soglia. Carlo Calenda ha spiegato, in un‘intervista al Corriere della Sera, pubblicata sul sito di Azione il 20/07/2022, che questa soglia è stata calcolata «precisamente sul 50 per cento del salario medio adeguato al 17 per cento dell’inflazione del 2022 sui redditi bassi» e conclude che si tratta di “parametri compatibili con la direttiva europea”. La direttiva europea direttiva (UE) 2022/2041 del parlamento europeo e del consiglio stabilisce all’art. 5, comma 4, a proposito della determinazione del salario minimo, che si possono utilizzare “valori di riferimento indicativi comunemente utilizzati a livello internazionale, quali il 60 % del salario lordo mediano e il 50 % del salario lordo medio, e/o valori di riferimento indicativi utilizzati a livello nazionale”. Nel dibattito seguito alla proposta è stata contestata la scelta di far riferimento al salario lordo medio anziché al salario lordo mediano e la scelta di adottare quale percentuale di adeguamento il 17% dell’inflazione.
Concludendo: si potrebbe anche pensare di inserire per legge un salario minimo e aggiornarlo annualmente, ma dovrebbe essere parte di una norma più ampia che affronti il problema della contrattazione collettiva e della rappresentatività dei sindacati.
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