Giovanni Carbone, L’Africa. Gli stati, la politica, i conflitti, 2021 Il Mulino, Bologna
Carbone ci racconta l’Africa subsahariana, ossia ci narra di tutta l’Africa ad eccezione dei territori che si affacciano sul Mediterraneo. Certamente ogni paese ha le proprie specificità, le proprie caratteristiche naturali e la propria storia, ma è possibile individuare dei percorsi comuni accanto ai quali l’autore fotografa le specificità in schede di approfondimento. La lettura scorre veloce dal colonialismo, all’indipendenza, dai colpi di stato al neopatrimonialismo.
Vorrei partire dal monito del Papa, il Giù Le Mani Dal’Africa, che ha dato il titolo ad un mio precedente articolo dell’aprile di quest’anno e alla sua forte affermazione “Il veleno dell’avidità ha reso i suoi diamanti insanguinati”. E anche dall’affermazione dell’economista Parag Khanna che, invece, ritornando sul tema della Cina che sta comprando il mondo, afferma che la Cina sta costruendo il mondo in cambio di risorse.
Giovanni Carbone nell’ultima parte del suo libro ritorna sul tema della Cina. “Quella della Cina in Africa è una narrazione che da anni catalizza e domina l’attenzione mediatica verso il continente, ed è stata articolata attorno a numerosi filoni critici” (p. 257). “Diversamente dei finanziamenti e dagli aiuti allo sviluppo che i paesi occidentali hanno sempre più legato al rispetto di determinate condizioni economiche e politiche, la Cina ha tradizionalmente prestato il suo sostegno <<senza fare domande>>”. (p. 256) “Nel 2018 la Cina era ormai di gran lunga il principale partner commerciale della regione, con scambi pari a quasi tre volte quelli dell’India, in seconda posizione, e oltre quattro volte quelli degli Stati Uniti, al terzo posto” (p. 255). Carbone sostiene che a trainare la crescita dell’Africa nel nuovo millennio è stata la cancellazione del debito da parte dei principali donatori internazionali, è stato certamente l’aumento dell’aiuto allo sviluppo, la riduzione dei conflitti armati, l’affermarsi di governi tendenzialmente più democratici e responsabili ma anche gli investimenti diretti esteri, tra cui quelli della Cina, e “la domanda cinese di energia, metalli e altre materie prime” (p. 232)
Diversamente da quanto semplicisticamente si pensi i progressi dell’Africa non hanno riguardato soltanto i settori minerari e petroliferi ma anche le infrastrutture, le telecomunicazioni, il settore bancario e l’agricoltura. Nonostante la situazione nei diversi paesi non sia la stessa, l’Africa subsahariana è stata coinvolta nei primi quindici anni del duemila in un ciclo di crescita. Accanto a situazioni difficili come il caso dello Zimbawe e della Costa d’Avorio, paesi come l’Etiopia, la Nigeria, Rwanda, Mozambico, Angola, Sierra Leone, Tanzania, Uganda, Ghana e Burkina Fasi hanno registrato una crescita del PIL attorno al 6%, con punte dell’8%. Ciò ha reso possibile anche la riduzione della povertà.
“I tassi di povertà subsahariana hanno invertito la loro tendenza … e registrato un chiaro seppur lento declino, scendendo dal 41% del 2015, con la prospettiva che il proseguire di un’evoluzione analoga possa portare al 23% nel 2030… Anche altri indicatori delle più ampie condizioni di vita, quali la mortalità infantile, le aspettative di vita e l’accesso ai servizi di base come acqua pulita e scuola, confermano una complessiva tendenza la miglioramento” (p. 230).
“L’Africa subsahariana … resta la regione più povera e per molti aspetti più vulnerabile del globo, ma non rimane ferma. Prosegue un faticoso cammino fatto di sentieri diversi e svariati impedimenti…Una realtà composita che gradualmente costruisce su quanto appreso dal passato, si sforza di non ripetere gli stessi errori, e cerca modi e gli spazi per sprigionare anche meglio tute le energie e il potenziale che ne devono accompagnare i processi di sviluppo” (pp. 259 – 260).
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