E rieccoci sprofondati in questa spirale di violenza…

Appena cominciava un film mia sorella chiedeva: chi ha ragione?

Chi ha ragione? Gli Israeliani o i Palestinesi? In questi giorni ci penso spesso. Non se ne può fare a meno. E purtroppo non c’è risposta.

Il cuore è dilaniato dinanzi al tanto sangue. Come può l’uomo essere a tal punto non umano, “che cosa un uomo deve cancellare, o rimuovere, dentro di sé per arrivare a essere parte di un meccanismo omicida.” (David Grossman, Sparare a una colomba, p. 21)

Non riesco a capire le manifestazioni per l’uno o per l’altro. Non riesco a capire chi con leggerezza è in grado di stabilire chi ha sofferto di più o a definire in base alla conta dei morti o dei torti chi si è comportato peggio.

“Migliaia di ebrei francesi, spesso giovanissimi, manifestavano davanti all’ambasciata di Israele, alcuni al grido di «Morte agli arabi!». Altrove, altri giovani francesi, spesso di origine maghrebina, proclamavano la loro indignazione di fronte alla repressione in Cisgiordania e a Gaza, alcuni al grido di «Morte agli ebrei!»… Su «Le Figaro», lo psicanalista Daniele Sibony spiega che l’«opinione pubblica occidentale ama solo le vittime. Ama gli ebrei vittime dei campi (li ama soprattutto dopo i campi) e ama i palestinesi vittime degli ebrei!» ” (Alain Gresh, Israele, Palestina)

L’unica cosa da fare è con tutte le forze, con tutte le energie possibili, salvare questi due popoli da se stessi. Aiutare israeliani e palestinesi ad andare avanti e superare il fardello che hanno sul cuore, “mi pare che ambedue le parti siano prese in un groviglio di odio e timore reciproci” (David Grossman, Il vento giallo, p. 13). Lo so che negli anni ci abbiamo e ci hanno provato diverse volte. Lo so che alcuni uomini, da una parte e dall’altra, ci hanno creduto, ma dobbiamo riprovarci. “tutti noi, israeliani e palestinesi, siamo prigionieri di una situazione in cui, giorno dopo giorno, la nostra libertà decisionale, di pensiero e di azione, si riduce sempre di più” (David Grossman, Sparare a una colomba, p. 27). Ciascuno si racconta la propria storia, assolutamente logica e plausibile che rende mai abbastanza qualunque concessione e qualunque accordo sia stipulato.

“Non hanno perso l’occasione di perdere l’occasione”, lo hanno detto alcuni critici a proposito dell’OLP, ma penso che sarebbe da estendere ad entrambi, agli ebrei e ai palestinesi.

Leggendo dei vari tentativi di accordo, l’animo si inquieta, vedendo le reazioni e i comportamenti di una o dell’altra parte che hanno evidenziato intransigenza, non trasparenza. Ma un popolo è fatto da tante persone con tante idee e tante “sfumature” di idee. Non rappresentano un solo pensiero ed un solo obiettivo. Nel tempo poi le idee sono cambiate, gli uomini a capo degli “schieramenti” sono stati diversi e portatori di punti di vista diversi. Quasi quando tutto è cominciato, i palestinesi ritenevano che gli ebrei dovessero semplicemente andarsene da dove erano venuti e gli ebrei che i palestinesi sarebbero dovuti essere accolti dai paesi arabi vicini. “E tu mi ricordi che arrivammo alla triste conclusione che il processo si pace sarebbe stato molto amaro, cosparso di gesti di odio e di violenza da entrambe le parti, gesti che inesorabilmente avrebbero portato israeliani e palestinesi a gridare infuriati, ognuno a turno. «Com’è possibile credergli? Che errore è stato fargli delle concessioni! Non potremo mai, mai vivere in pace l’uno con l’altro!» (David Grossman, La guerra che non si può vincere, p. 96)

Si potrebbe essere d’accordo con lo storico Albert Hourani e dire che dopo il 1948 “il primo passo verso la pace sarebbe stato il riconoscimento da parte di Israele, della propria responsabilità nei confronti degli arabi già residenti nel suo territorio e sloggiati dai combattimenti. Soltanto un passo del genere avrebbe potuto dare inizio a una sequenza di eventi che potevano sfociare nella pace; e solamente Israele avrebbe potuto compiere questo passo” (James L. Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese” p. 176). Si potrebbe essere d’accordo con alcuni osservatori che “hanno imputato il fallimento del movimento nazionale palestinese al culto delle violenza e alla scelta della lotta armata” (James L. Gelvin, Il conflitto israelo-palestinese” p. 262).

Ciascuno aveva le proprie ragioni e ciascuno i propri torti. Il punto è che non può mai tornare al tutto come era prima. La storia non può semplicemente riavvolgere e consentire di ricominciare o di ristabilire un tempo precedente.

Mi sono sempre chiesta come si fa dopo le uccisioni, dopo la guerra a ristabilire la pace. Come fanno dopo tanto sangue riuscire a ristabilire il corso del tempo, a riguadagnare la serenità e soprattutto a ristabilire una convivenza pacifica fidandosi dell’altro. A me sembra sempre che le guerre non possano finire e quando è in corso penso sempre: e dopo? cosa accadrà?

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