La manipolazione e National Power

“attraverso l’abitudine di considerare i fatti storici e le ideologie politiche come strettamente legati al mondo sociale ed economico da cui sono sorti, si potrà addestrare l’allievo a una visione della realtà politica attuale che sia seria e concreta, che non si lasci abbindolare dalle frasi, ma veda al di sotto di ogni gesto, di ogni atteggiamento, di ogni provvedimento legislativo un insieme di esigenze socio-economiche cui esso serve“. Questa frase è stata tratta da uno scritto del 1937 di Eugenio Colorni, La funzione del maestro nella scuola fascista (raccolto nel volume curato da Luca Meldolesi “La scoperta del possibile. Scritti Politici, edito da Rubettino, 2017).

Non vi sembra particolarmente adatta all’attuale campagna elettorale per il rinnovo del governo regionale lucano? Siamo a pochi giorni dal voto nel pieno degli slogan, delle frasi fatte e della manipolazione delle idee.

Al di là dell’attuale possibile utilizzo, penso che questo modo di leggere la storia connettendola con l’economia sia stato il terreno fertile che ha portato Albert Hirschman a scrivere National Power and Structure of Foreign Trade (1941-1942). Hirschman scrive National Power essenzialmente per spiegare l’accrescimento del potere della Germania e come commentò, successivamente, lui stesso, l’oggetto principale del suo studio era “la possibilità di utilizzare il commercio come mezzo di pressione politica e come leva”.

La tesi centrale dell’opera è evidenziare come la manipolazione dell’interscambio commerciale con paesi piccoli e poveri da parte di paesi grandi e ricchi possa accrescere la potenza nazionale di questi ultimi.

“il paese povero ha un’elasticità della domanda per importazioni relativamente rigida perché il paese non è in grado di produrle al suo interno, mentre offre sul mercato esterno prodotti a domanda elastica, ovvero poco desiderati e/o facilmente sostituibili”.

Questo concetto mi ha fatto pensare alle sanzioni economiche in sostituzioni della guerra di cui scrive Lucio Caracciolo in La pace è finita “Non ci consideriamo in guerra con la Russia anche se la sanzioniamo mentre armiamo l’Ucraina, Tabù semantico, figlio della dissonanza cognitiva che impone di concepire reale ciò che non dev’essere tale…Stabilito che divisioni al fronte non intendiamo inviarne ma che non possiamo restare con le mani in mano, cos’altro resta se non sanzionare, cioè autosanzionarsi all’infinito?” (p. 124) .

Mi piace concludere (e mi piacerebbe partire per sviluppo di un dibattito più ampio, magari da organizzare) dalla riflessione dell’economista Luca Meldolesi a proposito di National Power in suo recente lavoro in corso di pubblicazione “nazionalismi aggressivi, imperialismi e relazioni di oppressione e di dominio non hanno affatto abbandonato il nostro mondo. Al contrario, tramite rivalità, preesistenti o nuove, e crescenti, stanno attraversando un periodo di ‘resurrezione’ in grandi paesi come Russia, Cina, India, Stati Uniti ed anche in paesi di media-grandezza come Turchia, Iran, Arabia Saudita, Corea del Nord ecc.; e persino in Europa – dalla Brexit ai comportamenti surrettiziamente neocoloniale di alcuni paesi”.

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑