“La quasi totalità degli insegnanti fascisti si preoccupa essenzialmente di tutelare la propria dignità, con un atteggiamento severo e sdegnoso, evitando il più possibile di fare gesti, di pronunciare parole che mostrino acquiescenza o partecipazione alla politica ufficiale, sorvolando su argomenti scabrosi e trattandoli con un tono che mostri evidente l’obbligo a cui sottostanno e la ribellione della loro coscienza. Atteggiamento più o meno pronunciato di resistenza passiva” ,,, “Il maestro ha così salvaguardato, almeno in parte, la sua coscienza, il suo prestigio morale. Ma si è preoccupato dell’educazione dei suoi scolari? Con questo atteggiamento ha adempiuto il suo dovere verso se stesso, ma non il suo dovere verso quella parte della società sulla quale è chiamato, per la sua professione, ad influire.” p. 100, in Eugenio Colorni, La scoperta del possibile, a cura di Luca Meldolesi, 2017 Rubettino Editore
Resistenza passiva o potremmo dire altezzoso distacco? Quando ci troviamo nostro malgrado in ambienti ostili o basati su un sistema di valori che non condividiamo, l’obiettivo principale che ci proponiamo di perseguire diventa il farsi coinvolgere il meno possibile. Il fare in modo che sia evidente a tutti che ci troviamo in quel posto ma con quelli là non abbiamo nulla da spartire.
Se ci fermiamo un attimo a riflettere, però, ci accorgiamo che probabilmente non stiamo seguendo la strada giusta. Eugenio Colorni ci introduce nel suo scritto alla figura dell’insegnante che anche se non condivide l’ideologia fascista non può manifestare apertamente le proprie idee. E allora cosa fa? Resistenza passiva. Qual è la domanda che a questo punto si pone il Colorni? Nonostante abbia adempiuto al suo dovere verso se stesso, lo ha adempiuto verso la propria professione? Certamente no. Quindi tirando le somme: il nostro non lasciarci “sporcare”, mantenere la nostra dignità e il rispetto di noi stessi, non può essere sufficiente. Se veramente intendiamo essere cambiamento non possiamo limitarci alla resistenza passiva.
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