L’Istat e il costo della vita

L’Istat rileva i prezzi al consumo e li utilizza per definire gli indici dell’Inflazione.

Lo strumento statistico utilizzato dall’Istat è il Paniere dei prezzi al consumo, ossia una selezione rappresentativa di beni e servizi consumati abitualmente dagli italiani. Ad Agosto 2024 l’indicatore generale è pari a 120,1, fatto 100 il valore del paniere nel 2015. Il valore di questo indicatore ad Agosto 2024 a Milano è pari a 119,4, Roma 117,5, Napoli 122,2.

Fin qui tutto bene.

Per fare un esempio della metodologia di rilevazione, prendiamo in considerazione i prodotti alimentari confezionati e i prodotti per la cura della persona: l’unico canale da cui si rilevano i prezzi è la GDO (Grande Distribuzione Organizzata).

“L’Istat acquisisce i dati settimanali di fatturato e quantità distinti per punto vendita e per GTIN (codice a barre), per singolo punto vendita di 19 grandi gruppi della GDO in Italia per tutte le 107 province del territorio nazionale. Il campione dei punti vendita è rappresentativo di tutto l’universo delle cinque tipologie distributive della GDO e comprende circa 4.300 punti vendita distribuiti sull’intero territorio nazionale.” “L’universo, composto da circa 29mila punti vendita, è stratificato tenendo conto di due
variabili: la provincia (tutte le 107 province) e la tipologia distributiva (5 tipologie: ipermercati, supermercati, discount, libero servizio e specialist drug). I punti vendita campionati sono estratti all’interno di ciascuno dei 524 strati dell’universo, che sono risultati popolati, con probabilità proporzionali ai fatturati di vendita.”

Tutto chiaro? Si parte da 29 mila punti vendita (riconducibili a 19 gruppi della Grande distribuzione). Si costruiscono gruppi omogenei in base a due variabili, la provincia di appartenenza e la dimensione. I gruppi sono 524 (quindi non tutte le province hanno tutte le tipologie). Affinché il campione sia rappresentativo, sono scelti punti vendita all’interno di ciascun gruppo e la scelta avviene tenendo conto dei fatturati di vendita.

“L’individuazione delle referenze che entrano nel calcolo dell’indice avviene tramite i codici a barre (GTIN), che identificano univocamente i prodotti sull’intero territorio nazionale. Il valore unitario del prezzo per ciascun codice a barre è la media dei prezzi effettivamente pagati dai consumatori per quei prodotti.”

Questo cosa significa? Che se nei diversi punti vendita campione un cliente compra un kg di pasta e spende un euro, un altro compra un altro kg di pasta e spende 1,20, un altro ancora spende 1,5. Si fa la media e si dice che il prezzo medio è pari a 1,23 euro. Se la media la faccio solo sui prezzi dei prodotti acquisitati in una provincia, ho un prezzo medio per provincia. Se una provincia è più povera di un’altra ossia mediamente il reddito delle persone che ci vivono è più basso della media nazionale, il tipo di pasta che il consumatore sceglierà sarà sempre quello a prezzo più basso, quindi il prezzo medio che ne scaturirà sarà più basso. Questo non vuol dire che il costo della vita è più basso ma semplicemente che i consumatori di quella provincia sono più poveri. Questa situazione non incide sull’uso che ne fa l’Istat che costruisce un indice basato sulla variazione dei prezzi, mentre acquista un peso se prendo il valore assoluto “prezzo medio”.

E qui arriva il problema: se qualcuno prende questa rilevazione nata per definire l’indice di variazione dei prezzi e vuole utilizzarla per apprezzare il costo della vita, crea una preoccupante distorsione. In questi giorni è stato ripreso il concetto per il dibattito sui LEP, ipotizzando di assegnare alle regioni del sud meno risorse per erogare i servizi essenziali sulla base di un costo della vita più basso.

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑