Le prospettive dell’economia meridionale secondo la Banca d’Italia

Quando si analizza l’economia di un territorio si rischia sempre di perdere qualcosa. Se leggiamo le statistiche si rischia di perdere le specificità. Se esaminiamo soltanto i casi imprenditoriali, forniremo sicuramente dei possibili “esempi” di come le cose possono andare, ma sappiamo tutti che che ogni impresa è unica. Allora come fare? “un po’ e un po’ ” verrebbe da dire. E spesso, infatti, nei report si cerca di portare entrambe le esperienze.

Cerca di operare in questo modo anche la Banca d’Italia che pochi giorni fa (23 luglio) ha pubblicato un rapporto sulle Prospettive di sviluppo dell’economia meridionale. Nulla di nuovo rispetto ai ragionamenti che stiamo facendo in questi mesi. Si analizzano alcuni indicatori e si consiglia di migliorarli. Purtroppo tutti vorrebbero sapere come, ma questa è la parte difficile. In sintesi: tra il 2019 e il 2024 c’è stato al sud un aumento dell’occupazione, trainata dal settore delle costruzioni e ad alcune tipologie di servizi, soprattutto sanità e istruzione per il settore pubblico e i servizi ICT per il settore privato; questi ultimi soprattutto nelle aree urbane di Napoli, Bari e Catania. Le esportazioni al sud sono state trainate dal settore farmaceutico in Campania e “depresse” dal settore dell’automotive. La Banca d’Italia poi rileva una diminuzione del divario nei tassi di interesse e lo valuta per i tassi applicati ai prestiti connessi ad esigenze di liquidità, dove sottolinea un divario nel TAE di “circa” un punto percentuale superiore al Meridione rispetto al Centro Nord (su questo aspetto sarà necessario riflettere!). Infine, oltre ad individuare come opportunità per le aree rurali e poco abitate l’insediamento di parchi fotovoltaici e impianti eolici e vedere nelle ZES una potenzialità, rileva che “l’aumento dei tassi di occupazione rappresenta, quindi, una priorità”. Però fa una riflessione che non riesco a capire “L’inclusione nel mercato del lavoro di fasce sempre più ampie di popolazione inattiva potrebbe tuttavia comportare una diminuzione del rapporto tra capitale e lavoro e quindi un calo della produttività.” Quale produttività? Il rapporto capitale – lavoro, mi restituisce come un’unica informazione il capitale necessario per ogni unità di lavoro, ossia, in maniera semplicistica, di quanto capitale ho bisogno per aumentare di un’unità il numero di lavoratori. Un aumento del numero di lavoratori, a parità di capitale, mi fa diminuire il rapporto e mi dice che ho bisogno di meno capitale per creare un’unità di lavoro e quindi, sempre semplicisticamente, i soldi investiti “valgono di più”, sono più “produttivi”. Sicuramente c’è qualcosa che mi sta sfuggendo. Avremo su che riflettere| Attendo i vostri commenti.

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