Il dovere e il diritto allo scambievole soccorso

“Il fine dell’Economia Civile…è 1. l’alimentazione del popolo; 2. la di lui nutrizione; 3. la sua naturale e civile felicità; 4. e con ciò la grandezza, gloria e felicità del sovrano”.

La grandezza e la gloria di uno stato dipendono dalla sua capacità di avere un popolo nutrito e felice.

La riflessione è di Antonio Genovesi, il primo a ricoprire una cattedra di Economia. Siamo a Napoli nel 1754 e viene istituita la prima cattedra in Europa di Commercio e Meccanica. Il ciclo delle lezioni di Genovesi è raccolta in “Lezioni di Economia Civile” (da cui è stato tratto l’incipit).

Se questo è l’inizio del pensiero economico, come è possibile che duecentosettanta anni dopo siamo ancora qui a riflettere sui temi della Povertà (affrontato nel precedente articolo Povertà e solidarietà), sulle grandi disuguaglianze tra i paesi e tra le persone.

Qualcosa non ha funzionato. Il punto è che ci siamo allontanati molto da questa visione.

“Gli uomini adunque per natura socievoli e obbligati a soccorrersi reciprocamente quando si uniscono in vita compagnevole, per patti espressi o taciti, si obbligano più strettamente ad uno scambievole soccorso. E di qui è che nelle famiglie e nel corpo civile, ogni membro ha due diritti di essere soccorso dagli altri, il primo de’ quali è quello che gli dà la natura, il secondo quello che nasce de’ patti sociali”.

Il Genovesi non ci invita, non auspica, ma afferma che il soccorso reciproco è un obbligo. Non possiamo farne a meno. Da qui l’impedimento, l’impossibilità a voltarsi dall’altra parte, a non immischiarsi, a fingere di non vedere. Non possiamo farlo!

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