Il principio del “non arrecare danno” come nuova frontiera dello sviluppo

Le crisi ambientali, sociali e finanziarie che caratterizzano il nostro tempo hanno messo in discussione l’idea che la crescita economica, da sola, sia sufficiente a garantire uno sviluppo autentico. Philip Kotler, nell’introduzione a Ripensare il capitalismo (2016), riprende una nota intuizione di John Maynard Keynes, secondo cui il capitalismo si fonderebbe sulla convinzione che l’interesse egoistico produca automaticamente il bene collettivo «il capitalismo è la straordinaria convinzione che gli uomini più malvagi, spinti dalle motivazioni più indegne, riusciranno chissà come a collaborare per il bene di tutti». A partire da questa citazione Kotler individua una serie di difetti strutturali del sistema capitalistico, sintetizzati in quattordici punti. Tra questi emergono l’incapacità di risolvere il problema della povertà, la tendenza ad accrescere le disuguaglianze, la mancata garanzia di un reddito dignitoso, l’assenza di meccanismi che obblighino le imprese a internalizzare i costi sociali e ambientali delle proprie attività, lo sfruttamento dell’ambiente e delle risorse naturali in assenza di adeguate regolamentazioni, fino all’incentivazione di un elevato indebitamento che conduce ad un’economia sempre più guidata dalla finanza.

Cosa fare allora? Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’ introduce il concetto di ecologia integrale e supera una visione meramente correttiva alle esternalità negative che si intuisce dall’analisi di Kotler. Nell’idea di sviluppo proposta le dimensioni economica, ambientale e sociale sono intrinsecamente inseparabili. Non può esserci vero sviluppo se si danneggia il creato o se si lasciano persone indietro. In questo senso, il pensiero di Papa Francesco si colloca idealmente nella tradizione dell’Economia civile di Antonio Genovesi, che concepisce il mercato come strumento al servizio del bene comune.

Anche la comunità europea ha progressivamente preso atto di questa impostazione. Il Regolamento UE 2021/1060, che definisce i principi generali per l’assegnazione di diversi fondi europei, introduce il principio del “non arrecare danno” (Do No Significant Harm). Un investimento pubblico è considerato sostenibile solo se non arreca un danno significativo agli obiettivi ambientali e sociali (materia di tutela del lavoro, sicurezza nei luoghi di lavoro, condizioni occupazionali dignitose, parità di genere, inclusione sociale e assenza di discriminazioni).

In particolare, per quanto riguarda gli interventi edilizi è prevista la c.d. verifica climatica. Il processo della verifica climatica dei progetti da ammettere al finanziamento è suddiviso in due pilastri di analisi ciascuno caratterizzato da due fasi (screening e analisi dettagliata) la verifica della neutralità climatica/mitigazione dell’intervento e la valutazione della resilienza climatica/adattamento.

Per quanto riguarda gli impianti, attrezzature e macchinari, compresi quelli elettronici, il rispetto del principio DNSH viene valutato attraverso un approccio basato sull’intero ciclo di vita del prodotto. L’analisi considera:

  • le modalità di produzione, con riferimento all’uso di materie prime, all’efficienza dei processi e all’impatto ambientale associato;
  • la fase di utilizzo, in termini di consumi energetici, emissioni e durabilità;
  • la fase di fine vita, con particolare attenzione alla possibilità di riuso, riciclo o corretto smaltimento dei materiali, evitando effetti negativi su ambiente e salute.

In questo quadro, il principio DNSH assume la funzione di criterio trasversale di ammissibilità, orientando la progettazione degli interventi fin dalle fasi iniziali e superando una logica meramente compensativa o ex post. Lo sviluppo economico viene così ricondotto entro un perimetro di responsabilità ambientale e sociale.

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