Investire sull’innovazione restando fedeli alle radici: il vino in Basilicata.

Dal 12 al 15 aprile l’edizione n. 58 del Vinitaly. Un’occasione importante per le aziende del settore. Basti pensare che l’Italia è il primo produttore mondiale di vino in termini di quantità prodotte (47,3 milioni di ettolitri nel 2025 davanti a Francia 35,9 e Spagna 29,4) ed il primo esportatore in quantità, il secondo in valore dopo la Francia (sul totale esportato in valore la Francia pesa il 32,9% e l’Italia il 22%). I primi tre mercati sono Stati Uniti (quota italiana è del 23%), Germania (quota italiana 15%) e Regno Unito (11%). (Dal Focus on Vino pubblicato dal SACE il 9 aprile 2026 “Vino: dove la quantità incontra la qualità”)

In questo scenario la Basilicata si ritaglia uno spazio meritevole di analisi. 30 gli espositori al Vinitaly, di cui 23 insieme nello stand della Regione Basilicata. Il 73% degli espositori hanno tra i prodotti l’Aglianico del Vulture, che secondo Assovini interessa il 60% della superficie vitata della Basilicata. Oltre all’IGT Basilicata, la regione vanta quattro vini DOC, l’Aglianico del Vulture, le Terre dell’Alta Val d’Agri, il Matera e il Grottino di Roccanova e una produzione DOCG, Aglianico del Vulture Superiore (nel 2026 sono 79 le DOCG in Italia). Nel 2025 la superficie vitata è di 5.172 ettari (0,76% della superficie vitata italiana), le aziende vinificatrici sono 266, il vino prodotto è di 86 mila ettolitri (0,19% della produzione italiana) per un valore pari a 15 milioni di euro (Fonte: Ismea 2025, L’Italia del Vino Aprile 2026).

Le aziende lucane che hanno partecipato al Vinitaly dovrebbero essere soprattutto le imprese ad una maggiore vocazione alle esportazioni. Curiosando tra i numeri del Vinitaly è comunque emerso che la metà già vende all’estero in media circa il 40% della propria produzione. Dai dati di Sace emerge però una Basilicata ultima tra le regioni italiane, con 1,9 milioni di euro. La strada su questo fronte è ancora lunga.

Altro dato interessante è la produzione di vino biologico. Sei delle 30 imprese esportatrici hanno comunicato di avere tra i propri prodotti vini biologici. Dai dati dell’Ismea si evince che l’1% della produzione di vino biologico è prodotta in Basilicata, dato rilevante se confrontato con la percentuale di produzione. Sace, infatti, sottolinea che cresce una maggiore attenzione salutista anche nel vino.

“I consumi di vino stanno cambiando in modo significativo a livello globale. Nei Paesi tradizionalmente consumatori si registra una riduzione del consumo pro-capite, mentre cresce l’interesse nei mercati emergenti. Si afferma inoltre una tendenza alla ‘premiumizzazione’: i consumatori bevono meno ma scelgono prodotti di qualità superiore. Parallelamente, cresce l’interesse per vini a basso contenuto alcolico o analcolici, in linea con una maggiore attenzione alla salute.” (Fonte SACE)

Solo trent’anni fa quest’aspetto sarebbe stato guardato con sospetto. Ricordo che mi trovai a lavorare su una misura agevolativa che prevedeva contributi in c/impianti anche ad aziende vinicole a condizione che il vino trasformato fosse biologico. Ricordo le numerose critiche che in quel periodo dovemmo fronteggiare, fondamentalmente si affermava che il concetto di biologico non aveva alcuna attinenza con il vino perché l’immagine salutista non era compatibile con il “prodotto vino”. Ora è diverso. E’ veramente bello assistere a cambiamenti di gusti così forti e soprattutto apprezzare quanto una filosofia di vita più rispettosa del proprio benessere e del benessere della natura si stia diffondendo.

Infine, restando sui dati del Vinitaly, interessante la scelta offerta anche dalle imprese lucane di trasformare il momento della vendita in un’esperienza più intensa, di degustazione ma anche di ospitalità, di visite guidate, di conoscenza del territorio e della storia del prodotto. Ciascun imprenditore in generale è orgoglioso di quanto ha creato e della propria storia. Per gli imprenditori del settore vinicolo c’è qualcosa in più, una grande passione per il proprio prodotto. Mi spiego. La storia inizia dai vitigni, prosegue con i metodi di lavorazione, con gli ambienti della cantina, con i tempi e le modalità dall’invecchiamento, delle caratteristiche delle botti, la visita agli angoli di degustazione: il vino è un racconto. A ciò si aggiunge il grande peso del territorio dove il prodotto nasce e che lo rende unico e riconoscibile. E’ questa caratteristica del vino, il legame indissolubile con il territorio da cui nasce, che a mio parere, è la parte più interessante.

Per la valorizzazione dei luoghi potrebbe essere d’aiuto da parte dell’Associazione Nazionale Città del Vino del riconoscimento per i 14 comuni di produzione dell’Aglianico del Vulture di Città del Vino 2026 (Rionero in Vulture, Melfi, Ginestra, Barile, Ripacandida -capofila, Rapolla, Genzano di Lucania, Atella, Acerenza, Palazzo San Gervasio, Lavello, Forenza, Venosa, Maschito), riconoscimento condiviso con il territorio di Conegliano Valdobbiadene.

Investire sull’innovazione restando fedeli alle radici: è questa la sfida per la viticoltura lucana di domani.

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