Nel precedente articolo, Progetti di pace: il contributo arriva se la comunità ci crede, ho raccontato un bando di Banca Etica con una caratteristica particolare: perché un progetto sociale o culturale a favore della pace e della non violenza possa ricevere un contributo, almeno il 70% deve arrivare da un gruppo di persone che decide liberamente di sostenerlo.
E non è finita qui. A ciascuno dei sostenitori deve essere riconosciuta una “ricompensa”, che può essere anche, ad esempio, la partecipazione come volontario al progetto.
Insomma, deve esserci una comunità che crede in un progetto, che decide di investirci del proprio denaro e, possibilmente, anche del proprio tempo. Tutto per raggiungere un obiettivo che va a beneficio della comunità e dal quale, magari, non ricaverà alcun vantaggio diretto.
È possibile?
Se guardiamo all’uomo razionale che valuta le proprie scelte esclusivamente sulla base del vantaggio economico, diremmo di no. In economia esiste infatti il cosiddetto paradosso del bene comune: chi investe in un progetto destinato al bene di tutti sostiene un costo, ma riceve in cambio lo stesso beneficio che riceveranno anche coloro che non hanno investito nulla. Perché, allora, impegnarsi? Se posso beneficiare del risultato senza sostenerne il costo, la scelta più conveniente è lasciare che siano gli altri a farlo.
Eppure la realtà, come abbiamo detto più volte, ci sorprende.
Basta guardarsi intorno. Ci sono associazioni che puliscono strade e giardini, piantano fiori, restituiscono vita a spazi abbandonati. Ci sono persone che dedicano il proprio tempo ad assistere chi è in difficoltà, che vanno negli ospedali o fanno compagnia agli anziani soli. Se il comportamento umano fosse guidato soltanto dalla convenienza economica, tutto questo sarebbe difficile da spiegare.
Perché lo facciamo?
Perché da queste attività riceviamo qualcosa: affetto, gioia, gratificazione, la sensazione di essere utili, di contribuire a qualcosa che ci supera e, forse, anche di dare un senso alla nostra vita. Albert Hirschman, un economista di cui parlo spesso, lo ha spiegato osservando che queste gratificazioni costituiscono un beneficio aggiuntivo rispetto a quello che ricevono tutti gli altri. Chi contribuisce al bene comune, insomma, non riceve soltanto il beneficio collettivo.
Ma il ragionamento non è così semplice.
Perché, se lo fosse, saremmo tutti impegnati in qualche progetto per il bene comune. Saremmo tutti pronti a costruire una società che mette al centro l’aiuto all’altro, l’accoglienza, la solidarietà, la pace. E invece non accade.
Cosa succede allora?
Sempre secondo il nostro Hirschman, succede che impegnarsi in un’associazione o in un progetto collettivo richiede molte energie. E richiede tempo, spesso molto più di quanto avevamo immaginato all’inizio. Non solo. Le cose non vanno sempre come avevamo previsto. La nostra azione può prendere strade diverse da quelle che avevamo immaginato e portarci verso un risultato che non ci convince del tutto.
E allora arriva la delusione.
E la delusione può portarci a ripiegare su noi stessi: dalla felicità pubblica passiamo a quella privata. Ci concentriamo di nuovo sui nostri interessi, sulle nostre esigenze, sulla nostra vita. Salvo poi, magari, stancarci anche di questo ripiegamento e tornare ad aprirci agli altri. È una spiegazione. Potrebbero essercene altre. Il fatto è che gli uomini sono troppo complessi per essere ricondotti a una sola spiegazione. E forse è proprio questo il bello. Perché, alla fine, quel piccolo meccanismo immaginato all’inizio — una comunità che mette insieme denaro, tempo e fiducia per realizzare qualcosa di cui non conosce ancora tutti gli effetti — non è poi così strano. È semplicemente uno dei tanti modi in cui gli esseri umani riescono, qualche volta, a fare qualcosa insieme: partecipare senza la certezza che ne valga la pena.
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